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Partito Democratico - Il punto di vista di Claudio Borghello

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L’Italia è una comunità fondata sul lavoro.
Così mi piacerebbe interpretassero l’art. 1 della nostra splendida Costituzione i nuovi parlamentari.
E con loro tutti quanti occupano un ruolo di relazione pubblica.
Vi è l’esigenza di un ritorno alle relazioni autentiche, alle relazioni sane.
Serve riscoprire i nuclei fondamentali delle relazioni tra persone e quali sono le esigenze e le conseguenti scelte politiche per sostenere tali nuclei.
Quando Bersani venne a Mestre lo scorso settembre definì il Partito Democratico una comunità di uomini e donne, persone che si pongono in relazione tra loro.
Una relazione deve essere ben costruita per diventare proficua; non deve essere pensata per chiudere un rapporto ma bensì essere la base su cui poggiare altri rapporti e quindi altre relazioni.
La storia ci ha insegnato che creando relazioni si evitano le contrapposizioni che arrivano anche a tragici epiloghi. L’Unione Europea ci insegna questo, non a caso si basa sul concetto di comunità.
In Italia abbiamo la Costituzione che ci ricorda come la politica può contribuire a costruire la comunità.
Quando subiamo eventi drammatici si vede la comunità solidale, forse la più autentica.
Ma è mancato l’esercizio quotidiano di perseguire la costruzione di relazioni proficue e nell’insieme costruire una comunità.
Vi è un modello di nazione ipocrita, piena di recinti sociali, culturali, religiosi.
E di questa ipocrisia è permeata in ogni dimensione istituzionale e sociale.
Aver sentito Bersani ripetere durante le primarie che il PD è una comunità mi ha fatto pensare, forse in forma puerile, che un modello di Paese nuovo fondato su relazioni autentiche, su confronti aperti e percorsi condivisi di progresso collettivo, è possibile; un modello civile dove la politica è a disposizione del Paese e non viceversa, dove con le scelte della politica si può tornare comunità.
Penso all’Italia come grande comunità.
Investiamo sulla famiglia che è il primo e fondamentale nucleo di relazione, il più virtuoso e contagioso se ben costruito.
Taglio corto sul tipo di famiglia, considero la più aperta delle concezioni.
Investiamo nella scuola e nella cultura, senza pregiudizi o priorità, con la consapevolezza che la scuola forma la competenza e fa emergere il talento, che aiuta la crescita delle persone in relazione tra loro e in una fase temporale dove sono portatrici di “relazioni sane” e la cultura è un patrimonio che può fruttare all’Italia e agli italiani se conservato, organizzato e valorizzato adeguatamente.
Investiamo sulla cultura della rappresentanza e delle differenze, sul fatto che i portatori d’interesse devono puntare sempre al nobile accordo, quello migliore e socialmente utile, sul fatto che vi deve essere spazio per la diversità e il confronto.
Investiamo sulla comunicazione e sulla condivisione della conoscenza, per aggregare e avvicinare, per semplificare la vita e lasciarci il tempo di incontrare il mondo che abbiamo intorno, per riscoprire i valori autentici.
Una comunità fondata sul lavoro.
Investiamo per il lavoro che tiene insieme le persone.
Il lavoro permette ai giovani di guardare al domani, di affrancarsi dall’adolescenza, di costruire volendo una famiglia, diventare genitori, comunità educante, li pone in relazione con il loro futuro attraverso il rapporto con la comunità.
Il lavoro soddisfa le esigenze quotidiane e porta con sé la dignità di un ruolo nella società.
Il lavoro genera anche conflitti, sempre positivi e quota parte della democrazia se il lavoro è la prospettiva.
Se manca il lavoro non c’è comunità che cresce.
Senza comunità vince la paura e l’individualismo.
A chi ha e a chi avrà il compito di condurre il Paese, nella sua complessità di forme e luoghi istituzionali, questa mia riflessione nella speranza che si possa costruire anche con il loro civismo una comunità, l’Italia, fondata sul lavoro.

 
 
Pubblicato il 08-01-2013 ore 18:09
Ultima modifica 08-01-2013 ore 18:09
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